E' CERTO: ANCHE I NON FUMATORI RISCHIANO

Passivo sì ma non innocuo

"Chi fuma avvelena anche te" recitava uno slogan di qualche anno fa, e aveva ragione. I dati dell'ultimo decennio fugano ogni dubbio sui danni provocati dal fumo passivo.

Quelli che fino a oggi erano risultati frammentari, ottenuti in modo non sempre rigoroso e sistematicamente ignorati o, peggio, negati dalle industrie del tabacco, assumono ora i connotati di una certezza: il fumo passivo provoca un aumento del rischio di tumori polmonari e di malattie cardiovascolari. La sentenza è stata emessa dalla rivista britannica British Medical Journal, che ha pubblicato due studi retrospettivi sui lavori fatti negli ultimi dieci anni.

La storia delle ricerche sugli effetti del fumo passivo ha inizio negli anni ottanta, con una prima indicazione dell'aumento di tumori polmonari tra i non fumatori che vivono con un fumatore. Da allora sono stati eseguiti molti altri studi epidemiologici, di cui 14 in Gran Bretagna e più di 30 negli Stati Uniti, per citare solo i più importanti. L'ultimo capitolo di questa lunga storia è stato scritto da A. Hackshaw e i suoi collaboratori dell'Istituto di medicina preventiva Wolfon di Londra, che hanno analizzato 37 lavori, e hanno dimostrato che il coniuge non fumatore ha in media un quarto di probabilità in più di sviluppare un adenocarcinoma o un microcitoma polmonare. Le percentuali variano a seconda del numero di sigarette fumate, della durata della convivenza e del fatto che il non fumatore sia stato o meno egli stesso fumatore in periodi precedenti. Il rischio aumenta del 23 per cento ogni dieci sigarette, e dell'11 per cento ogni dieci anni di convivenza. Non vi sono differenze, invece, per quanto riguarda età, sesso o area geografica.

Per mettere a tacere una volta per tutte le critiche spesso pretestuose mosse dalle multinazionali del tabacco, questi valori sono stati ottenuti tenendo d'occhio le principali fonti di errore. Tra esse la più grossolana vuole che i risultati ricavati fino a oggi siano solo il frutto di una (sfortunata) coincidenza. Hackshaw ha smontato questa ipotesi mediante accurati calcoli: "La probabilità che su 30 indagini 24 dimostrino che c'è un rapporto diretto tra fumo e tumori polmonari per una fatalità è di uno su 10.000; quella che 17 studi su 17 concludano che il rischio varia con l'esposizione per puro caso è di uno su 10 milioni, e quella che la relazione di dose-effetto dimostrata in 14 lavori su 14 sia un fatto fortuito è addirittura di uno su un miliardo. Basterebbero questi numeri a ridicolizzare le opposizioni sostenute fino a oggi, ma abbiamo voluto fare di più".

Un'altra possibile origine di valutazioni errate è l'alimentazione. E' stato infatti dimostrato che il fumatore medio, e chi vive con lui, assume minori quantità di vegetali freschi rispetto al non fumatore, e ciò fa aumentare il rischio di tumore.
"A questo proposito sono stati realizzati studi mirati" continua Hackshaw "e tutti riportano una variazione dalle percentuali medie del due per cento, dalla quale si può concludere che l'effetto della dieta è minimo".

In questo tipo di ricerca si può verificare infine un errore dovuto al fattore umano. Infatti è provato che un fumatore tende a vivere con un altro fumatore, e a frequentarne anche fuori casa; talvolta soggetti inclusi in una ricerca come non fumatori possono esserlo stati in precedenza, anche se lo negano, e tutto ciò può provocare una stima esagerata dell'incidenza del cancro. Commenta Hackshaw: "Abbiamo eliminato tutti gli studi in cui non erano stati considerati questi elementi e valutato, laddove era possibile, le abitudini che provocano un'esposizione ad altri agenti cancerogeni. In ogni caso, i valori percentuali si discostano solo di qualche unità dalla media. La conferma definitiva viene comunque dalla biochimica: la nicotina nell'organismo viene metabolizzata a cotinina, e i livelli di questa sostanza nella saliva e nell'urina dimostrano al di là di ogni dubbio che c'è stata assunzione di nicotina. Un non fumatore che vive con un fumatore ha una concentrazione di cotinina pari all'uno per cento di quella del fumatore, e ciò, tradotto in rischio di sviluppare un tumore polmonare, dà valori paragonabili a quelli ottenuti con estrapolazioni matematiche".

La situazione non cambia se si analizzano gli effetti del fumo passivo a carico del sistema cardiovascolare. Gli stessi ricercatori hanno analizzato 19 studi epidemiologici e valutato il rischio di ischemia cardiaca, che aumenta del 30 per cento circa in un non fumatore che vive con un fumatore.

"E' un valore sorprendentemente alto, se teniamo presente che il rischio medio di avere un'ischemia per un sessantacinquenne che fuma un pacchetto di sigarette al giorno aumenta dell'80 per cento, e che il fumatore passivo assorbe una quantità di fumo che è solo dell'uno per cento. Abbiamo voluto capire perché" spiega Hackshaw. "Anche in questo caso abbiamo eliminato gli elementi che potevano portarci a considerazioni sbagliate, come la dieta e gli errori di classificazione. Se l'alimentazione avesse un ruolo così importante, non si avrebbe la totale inversione di tendenza che si registra se il coniuge fumatore smette di fumare, e per quanto riguarda la definizione dei gruppi, si può dimostrare che nel caso delle malattie cardiovascolari essi hanno un significato ancora minore di quello valutato nei tumori polmonari.

La spiegazione risiede piuttosto nell'effetto del fumo sull'aggregazione piastrinica. A livello sperimentale una singola esposizione, infatti, fa aumentare il rischio del 40 per cento. Ciò non riflette l'azione intermittente di più sigarette fumate nell'arco della giornata, ma è facile dimostrare che anche correggendo il dato l'aumento rimane attorno al 30 per cento. E' necessario poi ricordare che questi dati sul fumo passivo sono paragonabili a quelli raccolti sul fumo attivo di poche sigarette e che, sebbene le percentuali siano simili a quelle riscontrate per i tumori polmonari, le malattie cardiovascolari provocano molte più morti ogni anno".

Ronald Davis, direttore del Center for Health Promotion and Disease Prevention dell'Henry Ford Health System di Detroit, commentando questi due lavori invita le autorità preposte alla tutela della salute a eliminare del tutto l'esposizione al fumo negli ambienti pubblici qualora non vi sia un settore fisicamente separato. E si spinge anche oltre: "Abolire del tutto gli spazi dedicati al fumo avrebbe almeno tre vantaggi: assicurare la massima protezione ai non fumatori, evitare che i fumatori siano esposti alle concentrazioni di sostanze nocive estremamente alte che si formano nelle aree riservate ed eliminare il costo della costruzione di tali aree".

Agnese Codignola © 1997 Tempo Medico (n. 575 del 12 novembre 1997)

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